EFFETTO SPETTATORE

Prato, 10 gennaio 2015

"Ho mandato mio figlio all'Omnia Center - spiega la donna - perché pensavo che fosse un posto più sicuro del centro storico. C'erano tante persone, qualcuno poteva fermarsi per aiutare i nostri ragazzi".

Banda di ragazzini rapina tre coetanei all'Omnia Center

Soccorrere chi è in difficoltà

Sempre più spesso la cronaca ci informa di casi in cui qualcuno in grave difficoltà, persino sul marciapiede in fin di vita, viene ignorato da decine di passanti. Che ad avere bisogno di aiuto sia una donna o un uomo, un giovane o un anziano, pare non faccia molta differenza: la reazione di chi assiste alla scena tende a configurarsi, nei fatti, come una non reazione.
Com’è possibile? Chi apprende la notizia non riesce a spiegarsi l’indifferenza degli astanti. Giornalisti e opinionisti solitamente non vanno oltre il fatto, lasciando ciascuno con la propria indignazione.
L’apatia di chi assiste a situazioni di emergenza è stata studiata dagli psicologi già a partire dagli anni Sessanta. In laboratorio sono state ricreate varie “emergenze”, e di ognuna sono stati analizzati i molteplici aspetti. Questi programmi di ricerca hanno permesso di comprendere a fondo le dinamiche psicosociali che inducono la maggioranza delle persone a girarsi dall’altra parte di fronte a qualcuno in seria difficoltà.
Poco importa però che la psicologia moderna sia in grado di spiegare un fenomeno sociale se una simile conoscenza, per un motivo o per un altro, resta circoscritta all’interno dei confini accademici. Grazie al programma “Effetto spettatore: soccorrere chi è in difficoltà”, HIP si propone di ovviare a tale tendenza ─ purtroppo trasversale alle diverse discipline ─, rendendo accessibile a tutti quello che è già noto in ambito scientifico.
In un linguaggio semplice, e con l’ausilio di video didattici, i formatori HIP veicolano agli studenti le principali scoperte provenienti dai laboratori di psicologia. Passo dopo passo i ragazzi imparano a conoscere l’Effetto Spettatore, vengono istruiti sulle cinque fasi del processo che si attiva in situazioni di emergenza nonché sugli ostacoli che orientano il potenziale soccorritore verso l’inazione. Centrali in questo programma sono i concetti di diffusione della responsabilità, di ignoranza collettiva e di credenza in un mondo giusto.
Gli studenti apprendono che la spinta a intervenire può essere pesantemente frenata da una serie di fattori esterni, situazionali, troppo spesso sottovalutati o addirittura sconosciuti da chi si interroga sul fenomeno in oggetto. Le esercitazioni in classe e il lavoro su un piano d’azione concreto stimolano ancora di più il coinvolgimento personale dei ragazzi, in un percorso di crescita che punta a prepararli ad agire al meglio laddove dovesse essercene bisogno. Com’è evidente, venire a conoscenza di queste informazioni e farle davvero proprie grazie all’aiuto di esperti può fare la differenza tra vivere o no in maniera responsabile, tra salvare o no una vita umana.

L'OMICIDIO KITTY GENOVESE

Nel 1964 una donna fu assassinata. I giornali commentarono la notizia affermando che trentotto persone avevano sentito e visto l’aggressione ma non fecero assolutamente nulla per contrastarla. Questa allarmante apatia richiamò l’attenzione di due psicologi: Darley e Latané, che si chiesero se il fatto che queste persone facessero parte di un gruppo sociale abbia influenzato il loro comportamento. Si misero subito al lavoro e invitarono alcuni volontari ad una discussione. Venne detto a questi volontari che la conversazione che avrebbero sostenuto sarebbe stata assolutamente privata, per questo motivo le persone si sarebbero ritrovate dentro a stanze separate ed avrebbero comunicato attraverso un sistema telefonico interno. Durante questa comunicazione uno dei membri avrebbe finto di avere un attacco epilettico che l’interlocutore avrebbe potuto percepire attraverso il telefono. Naturalmente, perchè la persona nella stanza vicina si rendesse conto di ciò che stava accadendo al suo compagno di pettegolezzo, venne chiesto all’attore che pronunciasse le seguenti parole con un tono molto serio: “Ahhh...sto avendo un attacco epilettico”.

Quando le persone credevano che stavano mantenendo una conversazione privata con la persona colpita dall’attacco, l’85% di queste abbandonò la sala per prestare soccorso al proprio interlocutore. Naturalmente, in un modo o nell’altro, quando si stabilisce una conversazione tra due persone relativamente ad un tema molto personale, è abbastanza logico che ci preoccupiamo per l’altro e che gli si offra il nostro aiuto in caso di necessità. A questo punto i ricercatori cambiarono le condizioni dell’esperimento: inclusero nella conversazione tre persone in più, formando così un piccolo gruppo di quattro persone che conversavano tra loro di argomenti intimi. Uno di questi simulò un attacco epilettico. Risultato? Solo il 31% delle altre persone andarono in soccorso del presunto epilettico, il resto semplicemente pensò che qualcun’altro avrebbe provveduto prima di loro.

Scarica il file in pdf

LA MORTE DI MATTHEW CARRINGTON

Matthew Carrington è morto per via di un avvelenamento da acqua durante l'iniziazione in una confraternita. Una stanza piena di persone ha visto morire il ragazzo, nessuno ha chiamato il 911. Il video contiene le interviste con la madre e i fratelli della confraternita, condannati per la sua morte.

Scarica il file in pdf